Prospettive sulla pandemia: stress test, resilienza, crescita

Torniamo al nostro percorso di conoscenza dell’epistemologia e della psicologia della complessità e lo facciamo continuando a calare le considerazioni teoriche nella concretezza della situazione che tutto il mondo sta affrontando: la pandemia da Coronavirus.

Questa drammatica situazione ci offre l’occasione per riflettere su un’altra caratteristica dei sistemi complessi, ovvero la necessità di osservarli e studiarli da molti punti di vista diversi. La necessità di adottare una molteplicità prospettica non va confusa con il relativismo, posizione epistemologica che nega l’esistenza di una verità oggettiva e che ritiene tutti i punti di vista equivalenti tra loro e tutti legittimi. Il prospettivismo è un orientamento filosofico che non prende posizione sull’esistenza o meno di una verità oggettiva; è dunque compatibile non solo con il relativismo gnoseologico (tutte le conoscenze e tutte le verità sono soggettive), ma anche con il realismo sia nella sua versione ingenua (là fuori esiste una realtà oggettiva oggettivamente conoscibile), sia nell’accezione del realismo critico (là fuori potrebbe anche esserci una verità oggettiva, alla quale però gli esseri umani non hanno accesso diretto in quanto ogni soggetto filtra i dati ambientali attraverso i propri sensi e le proprie categorie mentali).

Gli studiosi di complessità adottano il prospettivismo perché, quando ci si accosta a un sistema complesso, concepito come porzione di quella realtà oggettiva che il prospettivismo non nega, l’unico modo per conoscerlo è guardarlo da molti punti di vista. Ogni prospettiva offre una verità relativa in quanto attribuibile a un soggetto, ma soprattutto parziale in quanto la complessità del sistema studiato preclude la possibilità che esista un punto di vista in grado di cogliere ogni sfaccettatura, ogni sottosistema, ogni proprietà e ogni relazione tra componenti di un sistema complesso. Solo l’integrazione di molti punti di vista, considerati l’uno complementare all’altro, può avvicinare alla conoscenza esaustiva (e oggettiva, nell’ottica del realismo ingenuo) del sistema in esame.

La molteplicità prospettica è necessaria non solo quando si studia un sistema complesso in condizioni di equilibrio, ma anche quando viene perturbato. Per esempio, la pandemia può essere considerata una perturbazione che ha sconvolto l’equilibrio sia degli individui, sia dei sistemi sociali di cui gli individui fanno parte.

Quello che faremo oggi è un semplice esercizio di molteplicità prospettica: guardare a individui e sistemi sociali, tutti pensati come sistemi complessi perturbati dall’evento pandemico, da tre punti di vista differenti e complementari, cercando possibilmente di trarne suggestioni utili a chi si sta avvicinando alla teoria e alla pratica della psicologia della complessità.

Dal momento che c’è ampio consenso sul fatto di considerare la pandemia come un Cigno nero (i Cigni neri sono eventi inaspettati dalle conseguenze dirompenti), il primo punto di vista che vogliamo adottare è quello di Nassim Taleb, “padre” della teoria dei Cigni neri.

Secondo Taleb, la nostra vita è l’effetto cumulativo di una serie di Cigni neri; anche se, a posteriori, tendiamo a convincerci che tutto quello che ci è successo fosse prevedibile, dunque normale, ordinario. In realtà incontriamo molti eventi inaspettati che rivelano la nostra vera essenza e, nell’ambito di un percorso di cambiamento, ci dicono a che punto siamo realmente. Quanto più gli eventi inaspettati – i Cigni neri – sono destabilizzanti, tanto più ci tolgono la capacità di apparire come quelli che vorremmo essere e tanto più fanno venire a galla quello che siamo veramente. Dice Taleb: «Se volete farvi un’idea della personalità, della morale e dell’eleganza di un amico, dovete osservarlo mentre affronta circostanze difficili, non nella realtà rosea della vita di tutti i giorni. È possibile valutare la minaccia rappresentata da un criminale esaminando solo quello che fa in una giornata normale? È possibile comprendere la salute senza considerare le malattie e le epidemie? Spesso ciò che è normale è irrilevante».

Se Taleb ha ragione, allora possiamo immaginare i Cigni neri come stress test: è infatti quando sono sotto pressione che i sistemi rivelano le proprie capacità e caratteristiche.

La pandemia è stata, ed è tuttora, uno stress test per i sistemi sanitari (alcuni hanno retto meglio di altri), per l’Unione Europea (è veramente capace di aiutare i Paesi in difficoltà?), per i governi (dovranno contenere l’epidemia mentre cercano di far ripartire l’economia), per le aziende private (come ha giustamente affermato Zhang Jindong, l’imprenditore a capo del colosso cinese Suning), ma anche per le coppie e le famiglie che hanno dovuto fronteggiare la convivenza forzata 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (come ha sostenuto l’assistente sociale Erica Komisar dalle pagine di The Wall Street Journal).

Questa prospettiva ha importanti ricadute sulla pratica clinica di psicologi e psicoterapeuti. Questi professionisti non devono mai dimenticare che l’autenticità del cambiamento dei loro clienti si rivela solo quando la persona in trattamento subirà dalla vita uno scossone, uno stress test appunto.

In particolare, succede spesso che chi è in trattamento per potenziare il controllo dei propri impulsi dimostri di conoscere bene la teoria (sa come dovrebbe comportarsi nelle varie situazioni) e, nell’artefatto setting di un colloquio, possa anche apparire come profondamente cambiato ma poi, fuori dallo studio dello psicologo, al primo stimolo emotigeno, ritorni al comportamento impulsivo del passato. In altre parole: la pressione psicologica, e ancor di più le circostanze emotivamente intense, smascherano i cambiamenti posticci.

La seconda prospettiva che vogliamo adottare è quella della teoria dei sistemi.

Dal punto di vista della teoria dei sistemi, persone e sistemi sociali alle prese con la pandemia andrebbero pensati in modo analogo a un materiale sottoposto a un urto. Cosa succede quando esercitiamo una sollecitazione su un materiale? Dipende dalle proprietà meccaniche del materiale: resistenza, duttilità, ecc.

Semplificando un po’, si può dire che la resistenza sia la capacità di un materiale di rimanere se stesso anche se sottoposto a uno sforzo prolungato; la duttilità è la capacità plastica di deformarsi in modo irreversibile in risposta a uno sforzo prolungato; la tenacità è la proprietà dei materiali di non spezzarsi anche se sottoposti a uno sforzo prolungato; la fragilità è la caratteristica dei materiali che si rompono se sottoposti a un urto; infine, la resilienza è la capacità elastica dei materiali di modificarsi, se sottoposti a un urto, e di ritornare poi alla condizione iniziale.

Com’è noto, dapprima i teorici dei sistemi e successivamente gli psicologi hanno fatto un ampio uso metaforico di ciascuna di queste proprietà, soprattutto dell’ultima: la resilienza.

In risposta a stress prolungati o cronici, i soggetti resistenti e tenaci non si piegano e non si spezzano; quelli resistenti ma non tenaci resistono senza piegarsi ma poi vanno in pezzi; quelli duttili e tenaci si piegano ma non si spezzano; quelli duttili ma non tenaci prima si piegano, poi si spezzano.

In risposta a perturbazioni brevi ma intense, i soggetti fragili si frantumano, quelli resilienti reagiscono adattandosi alle circostanze in modo reversibile.

La pandemia da Coronavirus può essere vista come una perturbazione relativamente breve ma molto intensa. Quale reazione è auspicabile? Se lo chiediamo ai teorici dei sistemi, ci rispondono che una proprietà desiderabile dei sistemi è la loro resilienza, ovvero che siano capaci di ritrovare l’equilibrio dopo averlo perso in seguito a una forte perturbazione.

Analogamente, gli psicologi ci dicono che la resilienza è la capacità degli esseri umani di tornare all’equilibrio psicologico che precedeva la perturbazione.

Tuttavia, se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto che la capacità di ritornare allo status precedente, se presa alla lettera, non è davvero una proprietà così auspicabile. In psicologia, il ritorno al passato va sempre visto con sospetto. Anzi, quando riguarda i più giovani, può addirittura essere patologico. Pensiamo a un bambino di 5 anni che subisca un trauma e che ritrovi la propria serenità solo quando ha 6 anni compiuti. Se il nuovo equilibrio fosse caratterizzato da comportamenti tipici di un bambino di 5 anni, saremmo portati a dire che la ritrovata serenità è stata conseguita al costo di una regressione.

Il ripristino dell’equilibrio deve infatti andare di pari passo con la freccia del tempo. La sua forma non può dunque essere circolare. Al limite potrebbe essere un’elica cilindrica, data dalla somma di “ritorno all’equilibrio” più “sviluppo dell’individuo”.

In psicologia allora la resilienza andrebbe intesa come la capacità di ritrovare l’equilibrio – ma non necessariamente quello precedente. Anzi, idealmente, un equilibrio diverso, adeguato alla fase del ciclo di vita in cui si trova il soggetto.

Il terzo punto di vista con cui vogliamo guardare ai sistemi alle prese con la pandemia è quello della psicologia positiva. Secondo questo orientamento, le avversità, ma soprattutto le esperienze estreme, traumatiche, possono essere occasioni di crescita psicologica.

Lawrence Calhoun e Richard Tedeschi

Gli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun la chiamano “crescita post-traumatica”. Dopo un trauma, come può essere la pandemia che stiamo vivendo, alcune persone possono percepirsi diverse, migliori.

Tedeschi e Calhoun sottolineano che, per esserci crescita post-traumatica, l’individuo deve aver subìto una crisi tale da sconvolgere tutte le sue certezze più profonde, tale da spazzare via l’intero mondo costituito dagli schemi fondamentali attraverso i quali egli percepisce e interpreta la realtà. Tale crisi assomiglia a un terremoto, dopo il quale al soggetto non rimane altra scelta se non soccombere alla disperazione oppure tentare una faticosa ricostruzione. La crescita post-traumatica è qualcosa che si manifesta non nel momento del sisma, quanto piuttosto nella fase successiva. Alcuni soggetti, infatti, nel cercare di “andare avanti”, non ricostruiscono il medesimo mondo interiore che è andato distrutto: ne costruiscono uno nuovo, diverso, che essi percepiscono soggettivamente come più maturo e più saggio.

Secondo Tedeschi e Calhoun, il cambiamento non riguarda la percezione degli eventi traumatici affrontati: il trauma continua a essere considerato terribile e indesiderabile, benché il cambiamento personale successivo sia valutato positivamente.

Si noti che resilienza e crescita post-traumatica sono per certi versi opposte: la resilienza è la capacità di tornare ad essere “se stessi” una volta passata la tempesta, mentre la crescita post-traumatica coincide con un cambiamento radicale e irreversibile del Sé, cambiamento che però viene valutato e vissuto come positivo.

Il nostro esercizio di molteplicità prospettica è giunto al termine. Ci ha permesso di fare una serie di riflessioni utili a chi si stia avvicinando alla psicologia della complessità. Le riflessioni che abbiamo fatto conducono a pensare l’evento pandemico non solo come uno stress test in grado di togliere la maschera alle persone e di fornire importanti informazioni sul loro Sé autentico, ma anche come un appello a sviluppare e potenziare alcune capacità preziose per fronteggiare gli urti della vita: prima fra tutte, la resilienza; ma anche, soprattutto in presenza di eventi estremi, la capacità di trasformare i traumi in occasioni di crescita psicologica.

L’opportunità di diventare più saggi

Alla fine Conte ha deciso: il lockdown viene prolungato fino al 3 maggio. Ha prevalso la prudenza scientifica sulle pressioni di Confindustria. Molti cittadini italiani si trovano ora nelle condizioni di veder prolungata la propria quarantena, ristretti tra quattro mura, a stretto contatto con i propri familiari e con quei problemi, più o meno grandi, che fino a poche settimane fa potevano essere affrontati a intermittenza grazie a un ménage fatto di scuola, lavoro, impegni e commissioni.

Psicologi, artisti e influencer si sono prodigati in performance sul web e in consigli per aiutare la gente ad affrontare questa situazione e in particolare a trascorrere il tempo nel migliore dei modi. Alcuni dei suggerimenti sono molto validi e possono ridurre i disagi della “reclusione” domestica.

Tuttavia, dal momento che il lockdown si prolunga, riteniamo che non sia inutile contribuire con altre indicazioni, in modo da offrire ancora più opportunità a chi è in cerca di idee o sente di aver bisogno di un aiuto.

Il contributo che vogliamo dare è molto semplice: il nostro suggerimento è di usare questo tempo, che ci è stato regalato dalla pandemia, per un avvicinamento alla saggezza orientale. Naturalmente ci sono già molte persone che conoscono, apprezzano o addirittura praticano le filosofie orientali. Noi qui ci rivolgiamo soprattutto agli altri, ma desideriamo proporre un punto di vista che potrebbe essere interessante per tutti.

La prospettiva che proponiamo è quella che in filosofia si chiama opportunismo. Che parola terribile, vero? Nel linguaggio comune, opportunismo è il modo di fare di chi coglie le opportunità a proprio vantaggio e mostrando disinteresse per le eventuali ricadute negative sugli altri. In filosofia, essere opportunisti non ha questa connotazione negativa: significa saper cogliere le opportunità, ma non necessariamente in vista di un fine egoistico o a scapito del bene altrui. In questa accezione, significa anche andare alla ricerca di ciò che è opportuno, ovvero adatto, adeguato, appropriato in una certa circostanza.

Cosa c’entra l’opportunismo filosofico con la saggezza orientale? C’entra perché, dal punto di vista di chi scrive, sarebbe opportuno che noi occidentali integrassimo nel nostro stile di vita almeno qualcuno dei tanti insegnamenti dei maestri di vita dell’Oriente. Non necessariamente dobbiamo rinunciare al nostro stile di vita e aderire in toto al modo di vivere orientale. Qualcuno è in grado di farlo, ma altri no. In una prospettiva opportunistica, però, non è richiesto affrontare la questione in termini di tutto-o-niente. Una spremuta d’arancia biologica fa bene anche a chi di norma si nutre solo di hamburger al McDonald. In poche parole: che non ci si senta pronti a diventare buddisti non preclude la possibilità di introdurre, nella propria vita, un po’ di saggezza orientale. Se poi si è obbligati a trascorrere molto tempo in casa, come in questo momento in cui, per molti di noi, i ritmi tipici dello stile di vita occidentale sono venuti a mancare, le circostanze sono propizie per tentare questa operazione. Si tratta, appunto, di cogliere l’opportunità.

Quali sono gli insegnamenti di cui possiamo fare tesoro anche rimanendo noi stessi, anche se ci sentiamo “visceralmente occidentali”?

Il primo e più importante è: imparare a curarsi dei dettagli. I giapponesi sono famosi per la loro attenzione scrupolosa ai dettagli, attenzione che loro chiamano kodawari. In Occidente il kodawari è spesso confuso con il perfezionismo e l’ossessione maniacale, e sicuramente l’eccesso va in quella direzione. Ma, in Oriente, chi conosce bene questo concetto lo descrive come uno dei modi per dare senso alla propria vita (ikigai) e non come un disordine mentale.

Possiamo curarci dei dettagli in qualunque momento, da quando prepariamo il pranzo a quando aiutiamo i nostri figli a fare i compiti. In lockdown non abbiamo la scusa più utilizzata da noi occidentali: non ho tempo! Ora il tempo ce l’abbiamo, fin troppo, secondo alcuni. E forse potremmo scoprire che curarsi dei dettagli è qualcosa che si può fare anche quando il tempo è poco. Ha più a che fare con un habitus mentale, potremmo dire con il desiderio di migliorarsi sempre, che con l’oggettiva disponibilità di tempo.

Il secondo insegnamento è quello di introdurre rituali nelle nostre giornate. Perché dovremmo farlo? A cosa servono? Per rispondere pensiamo un attimo alla cerimonia del tè, il cha no yu. Che differenza c’è tra il semplice versare un po’ di acqua calda su una bustina di Twinings e praticare il cha no yu? L’esito finale, concreto dell’operazione è sempre lo stesso: farsi un tè. La differenza è puramente simbolica. Eppure, osservando i sapienti movimenti dei maestri del tè, sentiamo di entrare in connessione con un’altra dimensione, quella della sacralità, in cui tutto sembra avere un significato trascendente e dove anche i gesti più semplici sembrano parlare allo spirito. In un’ottica più semplice e occidentale, possiamo limitarci a riconoscere che i rituali servono a dare contenimento all’ansia, aiutano a vivere con più pienezza il qui-e-ora e, soprattutto, allenano a dare valore alle piccole cose.

Un altro insegnamento che ci viene dalla saggezza orientale è imparare a cambiare punto di vista sulle avversità. Un imprevisto, un ostacolo, ma anche una tragedia: ognuna di queste circostanze può essere vista come un’occasione, se si possiede la capacità di guardare agli eventi da un’altra prospettiva. I giapponesi allenano questa capacità ricorrendo a una metafora: il kintsugi. Kintsugi significa “riparare (tsugi) con l’oro (kin)” e consiste nell’incollare i frammenti delle ceramiche andate in frantumi con una colla a base di oro. Quando si rompe qualcosa a noi occidentali, in genere come prima cosa ci arrabbiamo, dopodiché il nostro consumismo ci porta a disfarci prontamente dell’oggetto andato in pezzi e a comprarne uno nuovo. Se anche fossimo capaci di ripararlo, avremmo grossi dubbi sull’opportunità di farlo. L’idea di incollare i pezzi non ci attira, siamo infatti convinti che vedere la nostra ceramica tutta rotta e incollata ci farà per sempre pensare alla sventura che ci è capitata. La filosofia del kintsugi è diametralmente opposta.

La tecnica del kintsugi prevede di raccogliere i cocci e pulire ogni frammento con grandissima cura. Poi occorre prendersi un momento per riflettere su quanto successo. Questo momento può essere immaginato come un dialogo con la ceramica andata in pezzi. Se le si chiede: “Perché ti sei rotta? Quale messaggio mi volevi dare?”, la ceramica rotta risponderà: “Perché volevo migliorarmi, trasformarmi in qualcosa di unico e ancora più bello”. A questo punto, l’arte del kintsugi insegna ad assecondare il desiderio evolutivo della ceramica: i vari frammenti vengono incollati con dell’oro (o della lacca dorata). Il risultato finale sarà una ceramica in cui le “cicatrici” d’oro saranno ben visibili. La ceramica così trattata sarà unica, perché unico e irripetibile è il modo in cui ogni oggetto va in frantumi, e più preziosa delle altre, perché le sue ferite sono state impreziosite dal metallo più nobile.

Fuor di metafora, la filosofia del kintsugi è che la vita va avanti anche quando sentiamo che i nostri sogni e progetti sono andati in pezzi, quando ci sentiamo a pezzi noi stessi. Non solo: le tragedie possono essere pensate come circostanze in cui la vita ambisce a trasformarsi, a diventare qualcosa di unico e più bello. La bellezza di questa rinascita è indissolubile dalle ferite che ci ha inferto la sorte, anzi sono proprio le cicatrici dell’anima quelle che rendono la nuova vita più bella di quella di prima.

A ben guardare, tutte le suggestioni che ci vengono dai maestri di vita orientali sono strettamente collegate. In definitiva, il segreto è uno solo: la cura. Quello che possiamo fare per diventare più saggi è prenderci cura di tutte le cose che fanno parte della nostra vita, delle piccolezze così come delle cose più importanti. Ricordando che, tra le cose di cui dobbiamo prenderci cura, sono compresi i cocci, se la vita è andata in pezzi, e le ferite, se ne abbiamo.

Le democrazie tra paradossi e diritti, limiti e libertà

I provvedimenti presi per contrastare l’epidemia di Coronavirus hanno richiamato l’attenzione degli osservatori sul conflitto tra salute pubblica e libertà individuali. Per tutelare la prima, le seconde sono state drasticamente limitate in Italia e in almeno metà dei paesi del mondo. In Italia non solo ci sono restrizioni alla circolazione e alle attività consentite, ma addirittura i decreti emanati nelle scorse settimane danno ai prefetti la possibilità di requisire strutture private per farne ospedali Covid. Negli Stati Uniti, Trump ha ordinato alla General Motors e alla Ford di produrre ventilatori. Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, ha convinto il Parlamento a dargli pieni poteri: il primo ministro ha ora facoltà di governare attraverso decreti, di chiudere lo stesso Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e bloccare nuove elezioni. In Cina, Corea del Sud, Singapore e Israele la privacy è stata di fatto sospesa fino a fine emergenza: droni, app e servizi segreti vengono utilizzati per identificare e tracciare i contagiati. Per recarsi in Germania, nel momento in cui scriviamo, gli italiani devono scaricare una app e accettare di farsi tracciare.

Questa situazione ci offre l’opportunità per fare alcune riflessioni sulla democrazia e in particolare sulla complessità del rapporto tra democrazia, libertà e diritti. Non è un segreto che filosofi e pensatori di ogni epoca abbiano spesso evidenziato come le democrazie siano regimi tutt’altro che perfetti. Gli eventi del Novecento hanno drammaticamente dimostrato i limiti delle democrazie. Un esempio per tutti: Adolf Hitler tentò di conquistare il potere una prima volta nel 1923, attraverso un colpo di stato che fallì clamorosamente e gli costò alcuni mesi di galera. Pochi anni dopo, i nazisti salirono al potere grazie a una serie di consultazioni elettorali che li vide passare dal 18% dei consensi, nel 1930, al 44% nel 1933. Benché in quegli stessi anni le SS colpissero con violenza ogni oppositore, è un dato storico innegabile che fu il regime democratico della Repubblica di Weimar a decretare l’ascesa di Hitler. Questo esempio mostra la natura paradossale delle democrazie: per loro natura, non sono immuni dal pericolo che il più antidemocratico dei dittatori venga democraticamente eletto!

Un altro paradosso delle democrazie è stato brillantemente dimostrato dal Premio Nobel Kenneth Arrow. Con il suo famoso Teorema dell’Impossibilità, Arrow ha dimostrato che, dato un insieme di individui che deve operare una scelta tra un insieme di alternative, e poste alcune condizioni formali che possiamo considerare caratteristiche irrinunciabili di qualsiasi elezione democratica, è matematicamente impossibile arrivare a una graduatoria collettiva di preferenze.

Al giorno d’oggi, la maggioranza degli studiosi occidentali considera le democrazie il “minore dei mali”: vi è un ampio consenso sul fatto che si tratti di regimi poco efficienti, ma migliori di tutte le alternative sperimentate finora. Gli esperti di complessità sono parzialmente d’accordo: dal punto di vista della complessità, le democrazie sono sia efficienti, sia inefficienti. Ma esamineremo le democrazie nella prospettiva della complessità in un’altra occasione. Quello che vogliamo fare ora è cercare di capire quali siano i difetti e i limiti delle democrazie. Per farlo, ci faremo aiutare da un brillante saggio di qualche anno fa, ancora molto attuale: Democrazia senza libertà (2003). L’autore è Fareed Zakaria, un giornalista che tiene rubriche per i principali network statunitensi e che nel 2019 è stato definito dalla rivista Foreign Policy “uno dei 10 maggiori pensatori globali degli ultimi 10 anni”.

Prima di esaminare il pensiero di Zakaria, facciamo un passo indietro e chiediamoci: che cosa fa di uno Stato una democrazia? È chiaro che non può essere il semplice esercizio del voto. Il voto, anche se libero e universale, è solo una scelta tra candidati. Ma se i candidati sono tutti incompetenti? Tutti dello stesso schieramento politico? Tutti corrotti? Il voto da solo non basta: l’altro ingrediente indispensabile sembra essere il pluralismo, ovvero la possibilità che ogni orientamento culturale e politico presente nella società possa avere rappresentanti alle elezioni e possa partecipare alla vita pubblica. Adesso ci siamo? Apparentemente sì: libere elezioni e pluralismo, anche da soli, bastano a rendere democratico un paese, almeno sul piano formale. Purtroppo, però, il piano formale non esaurisce di certo la questione. Bisogna quanto meno introdurre un’altra variabile, ovvero quanto i rappresentanti delle varie anime di una società abbiano accesso ai mezzi di informazione e quanto, in definitiva, possano influenzare l’opinione pubblica e l’elettorato. Supponiamo che una delle forze che competono per essere rappresentate in Parlamento abbia il controllo dei mezzi di informazione di massa. Il confronto tra questa forza e le altre sarebbe del tutto sbilanciato a favore della prima. Dunque un altro ingrediente che sembra necessario per una democrazia in salute è l’indipendenza dei mezzi di informazione dalle forze candidate a guidare il paese. Ora che abbiamo individuato gli ingredienti indispensabili per avere una democrazia, chiediamoci quali siano i suoi problemi.

Zakaria ne mette in luce tre che sembrano più gravi di tutti gli altri. Nelle democrazie, i politici che vengono eletti come rappresentanti del popolo assai raramente hanno le competenze necessarie per capire e risolvere i problemi globali che deve affrontare il paese: più spesso sono comunicatori brillanti, abili opinion maker del tutto impreparati a guidare sistemi sociali complessi attraverso strumenti complicati come Leggi e decreti. «Siamo infatti convinti che, pur non sapendo compilare la dichiarazione dei redditi, scrivere un testamento o configurare il nostro computer, siamo perfettamente in grado di approvare leggi».

Un secondo problema delle democrazie è la durata del mandato. È opinione comune che la permanenza al potere dei politici sia inversamente proporzionale a quanto il paese si possa dire democratico. Chi sta troppo a lungo al governo viene assimilato a un dittatore; viceversa, un ricambio ogni manciatina d’anni viene visto come salutare. Purtroppo c’è il rovescio della medaglia: mandati brevi spingono i politici a ignorare sistematicamente i problemi a lungo termine, come l’esaurimento delle risorse e i cambiamenti climatici. Meglio per loro occuparsi di questioni più piccole, ma visibili, eclatanti, meglio ancora se urgenti, che facciano guadagnare consenso in vista delle elezioni successive, che sono sempre dietro l’angolo.

Un altro luogo comune è che, in una democrazia sana, i cittadini devono poter esercitare un controllo sui loro rappresentanti. In realtà, nota Zakaria, quanto più controllo ha il popolo sui politici, tanto più i politici diventano populisti. La conseguenza per i cittadini è quella di venire guidati da governanti che prendono le loro decisioni sulla base dei sondaggi e che evitano come la peste quei provvedimenti impopolari di cui ci sarebbe tanto bisogno e che procurerebbero prosperità nel lungo periodo.

Ai difetti delle democrazie evidenziati da Zakaria ci permettiamo di aggiungere la questione della complessità: anche ammesso che in una società pluralista tutti abbiano uguale visibilità, hanno più probabilità di ottenere consensi quelle forze che propongono letture semplificate dei problemi, ricette semplici (e magari anche efficaci, ma solo nel breve periodo). Dunque, a parità di accesso ai mezzi di informazione, sono favoriti quei politici che fanno leva sui limiti cognitivi delle masse, quelli che si rivolgono alla “pancia” dei cittadini, e sfavoriti quelli che ammettono che non ci sono soluzioni semplici ai problemi complessi e che, non essendo illimitate le risorse, migliorare la condizione di alcuni significa andare contro gli interessi di altri.

C’è un modo per superare i limiti e i difetti della democrazia? La proposta di Zakaria è opposta a quella del filosofo John Dewey, il quale un secolo fa affermava che la «cura per le malattie della democrazia è più democrazia». Secondo Zakaria, quello di cui abbiamo bisogno è di istituzioni meno democratiche. «I governi dovranno compiere scelte impopolari, resistere alla tentazione di fare favori e mettere in pratica politiche di lungo periodo. L’unico modo per riuscirci, in una moderna democrazia, è salvaguardare chi deve prendere le decisioni dalle assillanti pressioni dei gruppi d’interesse, delle lobby e delle campagne politiche – vale a dire dalle pressioni della democrazia».

Nelle situazioni di emergenza, per esempio durante una pandemia come quella in cui ci troviamo attualmente, in genere le persone si dicono pronte a ridimensionare i propri diritti e le proprie libertà, in cambio di una maggiore probabilità che la salute pubblica sia preservata. Ma fuori dalle situazioni di emergenza, pochi sarebbero disposti a sposare le tesi di Zakaria. Anzi, nonostante l’idea diffusa che la democrazia sia piuttosto inefficiente, «la tendenza è ancora quella di democratizzare il più possibile la società». Se ha ragione Zakaria, nel timore di diventare antidemocratici, rischiamo di andare a picco tenendoci stretti la nostra libertà e i nostri diritti.

L’attuale situazione ricorda il dramma di quei pazienti psichiatrici che, in nome del loro diritto all’autodeterminazione, vengono lasciati liberi di sottrarsi ai trattamenti che potrebbero stravolgere in meglio la loro vita. In alcuni casi, la malattia di cui soffrono impedisce loro di accettare le cure che contrasterebbero la malattia stessa e li condanna, ma spesso condanna anche i loro familiari, a una vita di tormenti. Il benessere di questi pazienti è compromesso, ma non la loro libertà. Sono liberi. Liberi di rifiutare le cure, ma anche – per usare un’espressione forte, molto usata in psichiatria – liberi di «marcire con i loro diritti».