L’opportunità di diventare più saggi

Alla fine Conte ha deciso: il lockdown viene prolungato fino al 3 maggio. Ha prevalso la prudenza scientifica sulle pressioni di Confindustria. Molti cittadini italiani si trovano ora nelle condizioni di veder prolungata la propria quarantena, ristretti tra quattro mura, a stretto contatto con i propri familiari e con quei problemi, più o meno grandi, che fino a poche settimane fa potevano essere affrontati a intermittenza grazie a un ménage fatto di scuola, lavoro, impegni e commissioni.

Psicologi, artisti e influencer si sono prodigati in performance sul web e in consigli per aiutare la gente ad affrontare questa situazione e in particolare a trascorrere il tempo nel migliore dei modi. Alcuni dei suggerimenti sono molto validi e possono ridurre i disagi della “reclusione” domestica.

Tuttavia, dal momento che il lockdown si prolunga, riteniamo che non sia inutile contribuire con altre indicazioni, in modo da offrire ancora più opportunità a chi è in cerca di idee o sente di aver bisogno di un aiuto.

Il contributo che vogliamo dare è molto semplice: il nostro suggerimento è di usare questo tempo, che ci è stato regalato dalla pandemia, per un avvicinamento alla saggezza orientale. Naturalmente ci sono già molte persone che conoscono, apprezzano o addirittura praticano le filosofie orientali. Noi qui ci rivolgiamo soprattutto agli altri, ma desideriamo proporre un punto di vista che potrebbe essere interessante per tutti.

La prospettiva che proponiamo è quella che in filosofia si chiama opportunismo. Che parola terribile, vero? Nel linguaggio comune, opportunismo è il modo di fare di chi coglie le opportunità a proprio vantaggio e mostrando disinteresse per le eventuali ricadute negative sugli altri. In filosofia, essere opportunisti non ha questa connotazione negativa: significa saper cogliere le opportunità, ma non necessariamente in vista di un fine egoistico o a scapito del bene altrui. In questa accezione, significa anche andare alla ricerca di ciò che è opportuno, ovvero adatto, adeguato, appropriato in una certa circostanza.

Cosa c’entra l’opportunismo filosofico con la saggezza orientale? C’entra perché, dal punto di vista di chi scrive, sarebbe opportuno che noi occidentali integrassimo nel nostro stile di vita almeno qualcuno dei tanti insegnamenti dei maestri di vita dell’Oriente. Non necessariamente dobbiamo rinunciare al nostro stile di vita e aderire in toto al modo di vivere orientale. Qualcuno è in grado di farlo, ma altri no. In una prospettiva opportunistica, però, non è richiesto affrontare la questione in termini di tutto-o-niente. Una spremuta d’arancia biologica fa bene anche a chi di norma si nutre solo di hamburger al McDonald. In poche parole: che non ci si senta pronti a diventare buddisti non preclude la possibilità di introdurre, nella propria vita, un po’ di saggezza orientale. Se poi si è obbligati a trascorrere molto tempo in casa, come in questo momento in cui, per molti di noi, i ritmi tipici dello stile di vita occidentale sono venuti a mancare, le circostanze sono propizie per tentare questa operazione. Si tratta, appunto, di cogliere l’opportunità.

Quali sono gli insegnamenti di cui possiamo fare tesoro anche rimanendo noi stessi, anche se ci sentiamo “visceralmente occidentali”?

Il primo e più importante è: imparare a curarsi dei dettagli. I giapponesi sono famosi per la loro attenzione scrupolosa ai dettagli, attenzione che loro chiamano kodawari. In Occidente il kodawari è spesso confuso con il perfezionismo e l’ossessione maniacale, e sicuramente l’eccesso va in quella direzione. Ma, in Oriente, chi conosce bene questo concetto lo descrive come uno dei modi per dare senso alla propria vita (ikigai) e non come un disordine mentale.

Possiamo curarci dei dettagli in qualunque momento, da quando prepariamo il pranzo a quando aiutiamo i nostri figli a fare i compiti. In lockdown non abbiamo la scusa più utilizzata da noi occidentali: non ho tempo! Ora il tempo ce l’abbiamo, fin troppo, secondo alcuni. E forse potremmo scoprire che curarsi dei dettagli è qualcosa che si può fare anche quando il tempo è poco. Ha più a che fare con un habitus mentale, potremmo dire con il desiderio di migliorarsi sempre, che con l’oggettiva disponibilità di tempo.

Il secondo insegnamento è quello di introdurre rituali nelle nostre giornate. Perché dovremmo farlo? A cosa servono? Per rispondere pensiamo un attimo alla cerimonia del tè, il cha no yu. Che differenza c’è tra il semplice versare un po’ di acqua calda su una bustina di Twinings e praticare il cha no yu? L’esito finale, concreto dell’operazione è sempre lo stesso: farsi un tè. La differenza è puramente simbolica. Eppure, osservando i sapienti movimenti dei maestri del tè, sentiamo di entrare in connessione con un’altra dimensione, quella della sacralità, in cui tutto sembra avere un significato trascendente e dove anche i gesti più semplici sembrano parlare allo spirito. In un’ottica più semplice e occidentale, possiamo limitarci a riconoscere che i rituali servono a dare contenimento all’ansia, aiutano a vivere con più pienezza il qui-e-ora e, soprattutto, allenano a dare valore alle piccole cose.

Un altro insegnamento che ci viene dalla saggezza orientale è imparare a cambiare punto di vista sulle avversità. Un imprevisto, un ostacolo, ma anche una tragedia: ognuna di queste circostanze può essere vista come un’occasione, se si possiede la capacità di guardare agli eventi da un’altra prospettiva. I giapponesi allenano questa capacità ricorrendo a una metafora: il kintsugi. Kintsugi significa “riparare (tsugi) con l’oro (kin)” e consiste nell’incollare i frammenti delle ceramiche andate in frantumi con una colla a base di oro. Quando si rompe qualcosa a noi occidentali, in genere come prima cosa ci arrabbiamo, dopodiché il nostro consumismo ci porta a disfarci prontamente dell’oggetto andato in pezzi e a comprarne uno nuovo. Se anche fossimo capaci di ripararlo, avremmo grossi dubbi sull’opportunità di farlo. L’idea di incollare i pezzi non ci attira, siamo infatti convinti che vedere la nostra ceramica tutta rotta e incollata ci farà per sempre pensare alla sventura che ci è capitata. La filosofia del kintsugi è diametralmente opposta.

La tecnica del kintsugi prevede di raccogliere i cocci e pulire ogni frammento con grandissima cura. Poi occorre prendersi un momento per riflettere su quanto successo. Questo momento può essere immaginato come un dialogo con la ceramica andata in pezzi. Se le si chiede: “Perché ti sei rotta? Quale messaggio mi volevi dare?”, la ceramica rotta risponderà: “Perché volevo migliorarmi, trasformarmi in qualcosa di unico e ancora più bello”. A questo punto, l’arte del kintsugi insegna ad assecondare il desiderio evolutivo della ceramica: i vari frammenti vengono incollati con dell’oro (o della lacca dorata). Il risultato finale sarà una ceramica in cui le “cicatrici” d’oro saranno ben visibili. La ceramica così trattata sarà unica, perché unico e irripetibile è il modo in cui ogni oggetto va in frantumi, e più preziosa delle altre, perché le sue ferite sono state impreziosite dal metallo più nobile.

Fuor di metafora, la filosofia del kintsugi è che la vita va avanti anche quando sentiamo che i nostri sogni e progetti sono andati in pezzi, quando ci sentiamo a pezzi noi stessi. Non solo: le tragedie possono essere pensate come circostanze in cui la vita ambisce a trasformarsi, a diventare qualcosa di unico e più bello. La bellezza di questa rinascita è indissolubile dalle ferite che ci ha inferto la sorte, anzi sono proprio le cicatrici dell’anima quelle che rendono la nuova vita più bella di quella di prima.

A ben guardare, tutte le suggestioni che ci vengono dai maestri di vita orientali sono strettamente collegate. In definitiva, il segreto è uno solo: la cura. Quello che possiamo fare per diventare più saggi è prenderci cura di tutte le cose che fanno parte della nostra vita, delle piccolezze così come delle cose più importanti. Ricordando che, tra le cose di cui dobbiamo prenderci cura, sono compresi i cocci, se la vita è andata in pezzi, e le ferite, se ne abbiamo.

Le democrazie tra paradossi e diritti, limiti e libertà

I provvedimenti presi per contrastare l’epidemia di Coronavirus hanno richiamato l’attenzione degli osservatori sul conflitto tra salute pubblica e libertà individuali. Per tutelare la prima, le seconde sono state drasticamente limitate in Italia e in almeno metà dei paesi del mondo. In Italia non solo ci sono restrizioni alla circolazione e alle attività consentite, ma addirittura i decreti emanati nelle scorse settimane danno ai prefetti la possibilità di requisire strutture private per farne ospedali Covid. Negli Stati Uniti, Trump ha ordinato alla General Motors e alla Ford di produrre ventilatori. Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, ha convinto il Parlamento a dargli pieni poteri: il primo ministro ha ora facoltà di governare attraverso decreti, di chiudere lo stesso Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e bloccare nuove elezioni. In Cina, Corea del Sud, Singapore e Israele la privacy è stata di fatto sospesa fino a fine emergenza: droni, app e servizi segreti vengono utilizzati per identificare e tracciare i contagiati. Per recarsi in Germania, nel momento in cui scriviamo, gli italiani devono scaricare una app e accettare di farsi tracciare.

Questa situazione ci offre l’opportunità per fare alcune riflessioni sulla democrazia e in particolare sulla complessità del rapporto tra democrazia, libertà e diritti. Non è un segreto che filosofi e pensatori di ogni epoca abbiano spesso evidenziato come le democrazie siano regimi tutt’altro che perfetti. Gli eventi del Novecento hanno drammaticamente dimostrato i limiti delle democrazie. Un esempio per tutti: Adolf Hitler tentò di conquistare il potere una prima volta nel 1923, attraverso un colpo di stato che fallì clamorosamente e gli costò alcuni mesi di galera. Pochi anni dopo, i nazisti salirono al potere grazie a una serie di consultazioni elettorali che li vide passare dal 18% dei consensi, nel 1930, al 44% nel 1933. Benché in quegli stessi anni le SS colpissero con violenza ogni oppositore, è un dato storico innegabile che fu il regime democratico della Repubblica di Weimar a decretare l’ascesa di Hitler. Questo esempio mostra la natura paradossale delle democrazie: per loro natura, non sono immuni dal pericolo che il più antidemocratico dei dittatori venga democraticamente eletto!

Un altro paradosso delle democrazie è stato brillantemente dimostrato dal Premio Nobel Kenneth Arrow. Con il suo famoso Teorema dell’Impossibilità, Arrow ha dimostrato che, dato un insieme di individui che deve operare una scelta tra un insieme di alternative, e poste alcune condizioni formali che possiamo considerare caratteristiche irrinunciabili di qualsiasi elezione democratica, è matematicamente impossibile arrivare a una graduatoria collettiva di preferenze.

Al giorno d’oggi, la maggioranza degli studiosi occidentali considera le democrazie il “minore dei mali”: vi è un ampio consenso sul fatto che si tratti di regimi poco efficienti, ma migliori di tutte le alternative sperimentate finora. Gli esperti di complessità sono parzialmente d’accordo: dal punto di vista della complessità, le democrazie sono sia efficienti, sia inefficienti. Ma esamineremo le democrazie nella prospettiva della complessità in un’altra occasione. Quello che vogliamo fare ora è cercare di capire quali siano i difetti e i limiti delle democrazie. Per farlo, ci faremo aiutare da un brillante saggio di qualche anno fa, ancora molto attuale: Democrazia senza libertà (2003). L’autore è Fareed Zakaria, un giornalista che tiene rubriche per i principali network statunitensi e che nel 2019 è stato definito dalla rivista Foreign Policy “uno dei 10 maggiori pensatori globali degli ultimi 10 anni”.

Prima di esaminare il pensiero di Zakaria, facciamo un passo indietro e chiediamoci: che cosa fa di uno Stato una democrazia? È chiaro che non può essere il semplice esercizio del voto. Il voto, anche se libero e universale, è solo una scelta tra candidati. Ma se i candidati sono tutti incompetenti? Tutti dello stesso schieramento politico? Tutti corrotti? Il voto da solo non basta: l’altro ingrediente indispensabile sembra essere il pluralismo, ovvero la possibilità che ogni orientamento culturale e politico presente nella società possa avere rappresentanti alle elezioni e possa partecipare alla vita pubblica. Adesso ci siamo? Apparentemente sì: libere elezioni e pluralismo, anche da soli, bastano a rendere democratico un paese, almeno sul piano formale. Purtroppo, però, il piano formale non esaurisce di certo la questione. Bisogna quanto meno introdurre un’altra variabile, ovvero quanto i rappresentanti delle varie anime di una società abbiano accesso ai mezzi di informazione e quanto, in definitiva, possano influenzare l’opinione pubblica e l’elettorato. Supponiamo che una delle forze che competono per essere rappresentate in Parlamento abbia il controllo dei mezzi di informazione di massa. Il confronto tra questa forza e le altre sarebbe del tutto sbilanciato a favore della prima. Dunque un altro ingrediente che sembra necessario per una democrazia in salute è l’indipendenza dei mezzi di informazione dalle forze candidate a guidare il paese. Ora che abbiamo individuato gli ingredienti indispensabili per avere una democrazia, chiediamoci quali siano i suoi problemi.

Zakaria ne mette in luce tre che sembrano più gravi di tutti gli altri. Nelle democrazie, i politici che vengono eletti come rappresentanti del popolo assai raramente hanno le competenze necessarie per capire e risolvere i problemi globali che deve affrontare il paese: più spesso sono comunicatori brillanti, abili opinion maker del tutto impreparati a guidare sistemi sociali complessi attraverso strumenti complicati come Leggi e decreti. «Siamo infatti convinti che, pur non sapendo compilare la dichiarazione dei redditi, scrivere un testamento o configurare il nostro computer, siamo perfettamente in grado di approvare leggi».

Un secondo problema delle democrazie è la durata del mandato. È opinione comune che la permanenza al potere dei politici sia inversamente proporzionale a quanto il paese si possa dire democratico. Chi sta troppo a lungo al governo viene assimilato a un dittatore; viceversa, un ricambio ogni manciatina d’anni viene visto come salutare. Purtroppo c’è il rovescio della medaglia: mandati brevi spingono i politici a ignorare sistematicamente i problemi a lungo termine, come l’esaurimento delle risorse e i cambiamenti climatici. Meglio per loro occuparsi di questioni più piccole, ma visibili, eclatanti, meglio ancora se urgenti, che facciano guadagnare consenso in vista delle elezioni successive, che sono sempre dietro l’angolo.

Un altro luogo comune è che, in una democrazia sana, i cittadini devono poter esercitare un controllo sui loro rappresentanti. In realtà, nota Zakaria, quanto più controllo ha il popolo sui politici, tanto più i politici diventano populisti. La conseguenza per i cittadini è quella di venire guidati da governanti che prendono le loro decisioni sulla base dei sondaggi e che evitano come la peste quei provvedimenti impopolari di cui ci sarebbe tanto bisogno e che procurerebbero prosperità nel lungo periodo.

Ai difetti delle democrazie evidenziati da Zakaria ci permettiamo di aggiungere la questione della complessità: anche ammesso che in una società pluralista tutti abbiano uguale visibilità, hanno più probabilità di ottenere consensi quelle forze che propongono letture semplificate dei problemi, ricette semplici (e magari anche efficaci, ma solo nel breve periodo). Dunque, a parità di accesso ai mezzi di informazione, sono favoriti quei politici che fanno leva sui limiti cognitivi delle masse, quelli che si rivolgono alla “pancia” dei cittadini, e sfavoriti quelli che ammettono che non ci sono soluzioni semplici ai problemi complessi e che, non essendo illimitate le risorse, migliorare la condizione di alcuni significa andare contro gli interessi di altri.

C’è un modo per superare i limiti e i difetti della democrazia? La proposta di Zakaria è opposta a quella del filosofo John Dewey, il quale un secolo fa affermava che la «cura per le malattie della democrazia è più democrazia». Secondo Zakaria, quello di cui abbiamo bisogno è di istituzioni meno democratiche. «I governi dovranno compiere scelte impopolari, resistere alla tentazione di fare favori e mettere in pratica politiche di lungo periodo. L’unico modo per riuscirci, in una moderna democrazia, è salvaguardare chi deve prendere le decisioni dalle assillanti pressioni dei gruppi d’interesse, delle lobby e delle campagne politiche – vale a dire dalle pressioni della democrazia».

Nelle situazioni di emergenza, per esempio durante una pandemia come quella in cui ci troviamo attualmente, in genere le persone si dicono pronte a ridimensionare i propri diritti e le proprie libertà, in cambio di una maggiore probabilità che la salute pubblica sia preservata. Ma fuori dalle situazioni di emergenza, pochi sarebbero disposti a sposare le tesi di Zakaria. Anzi, nonostante l’idea diffusa che la democrazia sia piuttosto inefficiente, «la tendenza è ancora quella di democratizzare il più possibile la società». Se ha ragione Zakaria, nel timore di diventare antidemocratici, rischiamo di andare a picco tenendoci stretti la nostra libertà e i nostri diritti.

L’attuale situazione ricorda il dramma di quei pazienti psichiatrici che, in nome del loro diritto all’autodeterminazione, vengono lasciati liberi di sottrarsi ai trattamenti che potrebbero stravolgere in meglio la loro vita. In alcuni casi, la malattia di cui soffrono impedisce loro di accettare le cure che contrasterebbero la malattia stessa e li condanna, ma spesso condanna anche i loro familiari, a una vita di tormenti. Il benessere di questi pazienti è compromesso, ma non la loro libertà. Sono liberi. Liberi di rifiutare le cure, ma anche – per usare un’espressione forte, molto usata in psichiatria – liberi di «marcire con i loro diritti».

Stare nel presente: paura o saggezza?

I dati ufficiali dicono che, tra le persone Covid-positive, nel mondo ci sono stati 30 mila decessi dall’inizio della pandemia. Più di 10 mila solo in Italia. Di fronte a questi dati, soprattutto considerando che misurano solo la punta dell’iceberg, è veramente difficile riuscire a pensare a qualcosa che non abbia a che fare con il Coronavirus. Tuttavia oggi vogliamo provare a farlo. Proviamo a pensare a qualcosa di diverso, che ci tornerà utile quando l’emergenza sarà finita e si tornerà alla normalità (quale normalità, in questo momento, nessuno può saperlo).

Vogliamo parlare di uno dei più frequenti e condivisi inviti che vengono dati a chi desidera migliorare il proprio approccio alla vita e incrementare il proprio benessere psichico. L’invito è quello di imparare a stare nel presente. Ce lo consigliano psicologi e filosofi, chi pratica la meditazione, i maestri di vita, i counselor e i life coach. Cosa significa vivere nel presente? Significa dare valore a quello che c’è nel qui-e-ora, senza vivere aspettando quello-che-non-c’è-ancora. La vita è un viaggio: vivere nel presente significa dare valore al viaggio, cioè appunto alla vita, e non alla mèta, anche perché, se la vita è un viaggio, la sua mèta finale è la nostra dipartita. Terapeuti e saggi di ogni sorta ci raccomandano di non vivere aspettando: aspettando il weekend, le ferie o che torni qualcuno che se n’è andato. Frequente, ma sbagliato, è svalutare quel che c’è, al motto di “ora è così, ma verranno tempi migliori”. È un errore rimandare la felicità a “quando i bambini saranno più grandi”, “quando ci trasferiremo nella casa nuova”, “quando mi daranno la promozione” o “quando sarò in pensione”. Lo dice anche Baglioni: la vita è adesso. Non dobbiamo pensare che staremo meglio “dopo”. Chi non è capace di vivere nel presente è sempre spostato in avanti: desidera la felicità, ma afferma che ora non gli è proprio possibile realizzarla. Il momento della felicità è sempre dopo qualcosa. Il problema è che questo qualcosa è l’unica certezza che abbiamo: il nostro adesso. E la vita non è altro che una successione di “adesso”. Ci viene detto che passato e futuro sono illusioni. Perché? Perché quando eravamo nel passato, in quel momento non era passato, era il nostro presente di allora. Analogamente, quando il futuro arriverà, per noi sarà comunque presente. Per cui, in realtà, noi possiamo esistere solo nel presente; imparare a dare valore al presente significa dunque imparare a dare valore all’unica dimensione possibile della nostra stessa esistenza. Sembra un discorso pulito e incontrovertibile. Eppure. Eppure in questa visione c’è qualcosa che non quadra.

Educatori, genitori e insegnanti non hanno sempre detto che “vivere alla giornata” è una cosa negativa? Vivere alla giornata significa vivere senza uno scopo, senza un progetto di vita. Chi vive così, prende la vita come arriva, senza lottare per qualcosa che non c’è ancora ma che è là, da qualche parte nel futuro. Secondo gli psicoanalisti Miguel Benasayag e Gérard Schmit, gli adulti della nostra generazione hanno interiorizzato l’idea che il futuro sia pieno di minacce; a causa di questa convinzione, figli e studenti non vengono più educati a coltivare i propri desideri ma, attraverso predizioni e prescrizioni, a prevenire i pericoli: «Se gli adulti si esprimono in termini di minaccia o di prevenzione-predizione, è senza dubbio perché pensano che quella attuale non sia un’epoca propizia al desiderio e che occorra innanzitutto occuparsi della sopravvivenza. E poi, si dicono, “per quel che riguarda il desiderio e la vita, si vedrà dopo, quando tutto andrà meglio”. Ma è una trappola fatale, perché solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare dei legami e di comporre la vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro». L’alternativa a questa trappola fatale è assumersi la responsabilità del proprio destino. In che modo? Smettendo di desiderare quello che si trova e cominciando a cercare quello che si desidera. Ma questo significa non accontentarsi del presente ma desiderare, cercare, progettare e costruire qualcosa che è nel futuro.

Dunque cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo dire ai nostri clienti? Di vivere nel presente, imparando ad apprezzare quello che c’è nel qui-e-ora, oppure di progettare il futuro, alimentando il desiderio di quello che non c’è ancora? Chi conosce la psicologia della complessità non farà fatica ad accorgersi che la questione, così formulata, è mal posta. Le abbiamo dato la forma di un AUT – AUT. La psicologia della complessità ci insegna a ragionare in termini di ET – ET. Vediamo nel concreto come si declina la mentalità dell’ET – ET in questa specifica circostanza.
Rappresentarsi il futuro come minaccioso alimenta la nostra paura e la paura paralizza. Un’alternativa alla paralisi è provare a pensare al futuro come a qualcosa di incerto. L’incertezza apre alle possibilità, quelle negative ma anche quelle positive. Queste possibilità positive sono non solo pensabili, ma anche desiderabili. Il desiderio che una delle possibilità positive del futuro si realizzi va nutrito, alimentato. Il desiderio è l’opposto della paura: la paura ci tiene fermi, mentre il desiderio ci fa muovere, ci spinge verso la mèta desiderata. Quando il desiderio supera la paura, siamo in grado di muovere il primo passo.
A questo punto abbiamo mosso il primo passo verso un obiettivo che è là in lontananza, nel futuro. Ma noi siamo qui, nel presente. A ogni passo incontriamo ostacoli, stimoli, imprevisti e opportunità. Nel fare questi incontri diventa importante saper vivere nel presente, dando valore a tutto ciò che incontriamo. Può anche succedere che, in seguito a qualcuno di questi incontri, cambi la mèta verso cui stavamo andando. Il nostro desiderio potrebbe spostarsi verso nuovi obiettivi. Non c’è nulla di sbagliato: l’importante è che ci sia sempre un traguardo verso cui andare. Ma il senso e il valore di questo traguardo non deve togliere importanza al cammino, anzi è vero esattamente il contrario; abbiamo bisogno di una destinazione per metterci in viaggio e muovere il primo passo. Ma è quello che incontriamo strada facendo che conta davvero.

Il Presidente e i suoi dilemmi

Il nostro blog dedicato a epistemologia, pedagogia e psicologia della complessità continua in piena pandemia da coronavirus. Nelle ultime 24 ore, solo in Italia, ci sono stati quasi 800 decessi all’interno della popolazione positiva al virus. Questa ecatombe giustamente monopolizza l’attenzione e l’emotività di tutti gli italiani e, sempre di più, dei cittadini di tutto il mondo. Tuttavia, come abbiamo detto, pur rimanendo la perdita di vite l’aspetto più rilevante, l’attuale emergenza ci offre l’opportunità di prendere confidenza con i termini e i concetti più ampiamente utilizzati dagli studiosi di complessità.
Nel post precedente abbiamo costruito un modello semplificato della situazione in cui si trova il Presidente Conte: nella nostra semplificazione, il Presidente deve operare una scelta tra contenimento del contagio e prevenzione della crisi economica. La complessità è data dal fatto che queste due opzioni sono non solo paragonabili per importanza ma anche conflittuali tra loro.
Naturalmente, il Conte reale, a differenza del nostro, non prende certamente le sue decisioni da solo: intorno a lui ci sono ministri, membri dello staff e consulenti che hanno un ruolo fondamentale nel consigliarlo e assisterlo. Potremmo forse rappresentarci questo insieme di figure come una rete di cui il Conte reale fa parte. Questa rete decisionale deve tenere conto di molti fattori, per esempio: la Costituzione (i decreti che firma Conte rientrano nelle prerogative del Presidente del Consiglio?); il rischio che le mafie mettano le mani sul fiume di denaro stanziato per affrontare l’emergenza; i rapporti con le istituzioni e i vari interlocutori europei; i sondaggi, che forniscono feedback su come i decreti di Conte spostino il consenso dell’elettorato; le strategie degli avversari (opposizione e nemici interni presenti nella maggioranza), che aspettano solo che il Conte reale faccia qualche passo falso nel gestire questa emergenza per attaccarlo politicamente.
Inoltre, soprattutto negli ultimi giorni, di fronte alla prospettiva di ulteriori restrizioni alle libertà individuali, molti osservatori hanno notato che i provvedimenti che il Governo sta prendendo per tutelare la salute pubblica confliggono con i diritti civili dei cittadini. All’inizio dell’emergenza Conte aveva detto che la priorità era tutelare la salute, affermazione che potrebbe sembrare insindacabile. Ma la questione è: fino a che punto le libertà individuali possono essere congelate per il bene della collettività? Esiste un limite oppure tutto dipende dalla gravità delle emergenze in atto? Posta così, la questione assume una connotazione più seria. Se per il bene collettivo occorresse non sacrificare dei diritti ma addirittura sacrificare delle vite? Sarebbe ancora lecito? E ancora: c’è un momento in cui uno Stato democratico, pur in una situazione di emergenza nazionale, cessa di essere una democrazia? Qual è questo limite? Chi lo conosce? Chi lo stabilisce?
Affronteremo in altre occasioni queste tematiche. Ora quello che più ci interessa sottolineare è la differenza tra la situazione del Conte reale e il nostro modello semplificato. Mentre il primo si trova a dover prendere decisioni tenendo conto di una grandissima quantità di fattori interagenti, nel modello semplificato Conte sembra invece trovarsi di fronte a un dilemma.
I dilemmi, anche chiamati dilemmi corneliani, sono situazioni in cui occorre decidere tra due opzioni entrambe inaccettabili.

Uno dei dilemmi più famosi è quello del treno che sta per investire cinque persone legate al binario. Il treno può essere deviato su un secondo binario dove si trova, legato, un solo individuo. Voi cosa fareste? Deviate oppure no il treno? Deviarlo comporta assumersi la responsabilità di decidere chi deve vivere e chi morire. Lasciarlo andare, non intervenire, significa accettare il destino, che ha stabilito che morissero le cinque persone. A quanto pare, la maggioranza delle persone non si fa problemi a mettersi al posto di Dio e risponde che devierebbe il treno. Meglio sacrificare una persona piuttosto che cinque. Ma se le cinque persone fossero pedofili? E se l’individuo legato da solo fosse uno scienziato che sta per trovare la cura per il cancro? Oppure un vostro conoscente? O peggio: un vostro familiare. E se fosse vostro figlio? Ora probabilmente la risposta cambia, vero? Ma se su un binario ci fosse vostro figlio e sull’altro non cinque estranei ma dieci? E se fossero 50? 500? E se fossero bambini? La trama si infittisce e il dilemma si fa sempre più agghiacciante.
Per quanto possano essere terrificanti, dal punto di vista della complessità i dilemmi sono situazioni altamente semplificate. Non a caso, di solito, i dilemmi sono situazioni ipotetiche il cui unico fine è farci riflettere su quanto sia difficile trovare criteri oggettivi e universali nei campi dell’etica e della filosofia morale.
La vita reale raramente ci pone di fronte a dei veri e propri dilemmi: la maggioranza delle situazioni reali sono meglio descrivibili come situazioni altamente complesse. Qual è la differenza?
In entrambi i casi, il soggetto si trova di fronte a due alternative, chiamiamole A e B. Nel dilemma, il soggetto deve compiere una SCELTA tra A e B; se potesse, eviterebbe entrambe, in quanto sia A, sia B portano a conseguenze inaccettabili. Nelle situazioni reali, invece, il soggetto è chiamato non tanto a una scelta, quanto piuttosto a una SFIDA: quella di capire come “scegliere sia A che B”; in questo caso, se potesse, il soggetto sceglierebbe una sola delle due strade, essendo difficilissimo percorrere entrambe contemporaneamente. Il dilemma è tanto più terribile quanto più indesiderabili sono le conseguenze delle due opzioni. Le situazioni reali sono tanto più complesse quanto più le varie opzioni sono importanti e conflittuali tra loro.
Questa riflessione consente di formulare una prima conclusione: ci rapportiamo ai problemi costruendone delle rappresentazioni semplificate che si basano sul principio di non contraddizione e che hanno la forma di un AUT – AUT; ma, se si adotta la prospettiva della complessità, ci si rende conto di come, per affrontare i problemi del mondo reale, occorra adottare una mentalità del tipo ET – ET (SIA – SIA), fondata non sulla mutua esclusione, ma sull’inclusione; sulla complementarità, più che sulla coerenza logica; non su successioni lineari, ma su processi paralleli. Torneremo ancora su questi concetti.

La complessità ai tempi del coronavirus

Inauguriamo questo blog, dedicato a epistemologia, didattica e psicologia della complessità, in piena emergenza virus. La diffusione del covid-19, la malattia causata dal coronavirus SARS-Cov-2, è diventata pandemica e, in questo preciso momento, sia gli Stati Uniti, sia molti paesi europei, cominciano a prendere coscienza di trovarsi di fronte a un’emergenza nazionale anche in casa propria.

Se vogliamo commentare questa situazione, la prima cosa che va detta è che è un’immane tragedia. Sono morte e continueranno a morire migliaia di persone. Ogni giorno muoiono 500 persone di covid-19. Significa 500 famiglie colpite ogni giorno da una morte inaspettata e particolarmente crudele: chi si ammala viene isolato e, se le sue condizioni peggiorano fino alla morte, tutto questo avverrà senza aver mai più potuto vedere e salutare i propri cari. Si muore da soli, senza dire addio. Chi rimane deve affrontare ed elaborare il lutto senza aver potuto dire addio a chi se n’è andato. Questo è il primo e più importante aspetto a cui guardare. Tutto il resto viene secondariamente, con grande distacco in termini di importanza dal primo punto.
Tuttavia, se vogliamo prestare attenzione anche agli aspetti secondari di questa situazione, dobbiamo riconoscere che la pandemia da covid-19 ci offre l’opportunità di una prima riflessione sulla complessità.
Questa considerazione è tutt’altro che scontata, perché le emergenze non sono situazioni particolarmente complesse. Qui bisogna essere molto attenti alle parole, perché le emergenze sono spesso tragiche e affrontarle non è affatto facile né per la società né per il singolo individuo. Tuttavia, se adottiamo i concetti e la terminologia della complessità, bisogna effettivamente riconoscere che, per quanto terribili possano essere, le emergenze sono tutt’altro che complesse. Perché?
Perché in una situazione di emergenza le priorità sono chiare, evidenti, prive di ambiguità. Cosa bisogna fare è spesso chiaro a tutti: se scoppia un incendio, bisogna spegnerlo. In moltissime emergenze, esistono procedure collaudate che indicano come ci si deve comportare. E quanto più l’emergenza è grave, tanto più è probabile che le persone coinvolte condividano sia l’obiettivo da raggiungere, sia il modo per farlo. Le emergenze compattano, creano coesione e condivisione. Ci si trova d’accordo sul cosa e sul come. Cessano i conflitti “inutili” e ci si concentra sulle priorità. All’improvviso i piani più alti della piramide dei bisogni diventano l’ultimo dei problemi: i bisogni sono quelli vitali, basilari, elementari. Nelle condizioni più estreme, la necessità di soddisfare i bisogni primari attiva comportamenti sempre più semplici, fino ad arrivare al caso estremo in cui il comportamento umano si riduce alle famose 4 “s” dei rettili: sfamarsi, scappare, scontrarsi, riprodursi.
Quanto è lontano tutto questo dalla complessità! La complessità si annida altrove, dove gli obiettivi sono tutt’altro che chiari ed evidenti, dove l’ambiguità e l’ambivalenza dettano legge. Nelle situazioni in cui non è chiaro né il cosa, né il come. Forse non è corretto dire che la complessità ami i conflitti (anzi, come vedremo, il pacifismo è una conseguenza logica dell’epistemologia della complessità), ma di certo ama le contraddizioni e la conflittualità tra obiettivi. Nelle situazioni complesse non c’è accordo tra gli attori sociali coinvolti: anzi, tipicamente ognuno è convinto di aver ragione da vendere, anche perché… è proprio così, ognuno ha ragione! E ancora: nelle situazioni complesse non c’è nessuna procedura collaudata; i bisogni primari si scontrano con quelli secondari; e tante altre differenze rispetto alle emergenze.
Allora è corretto dire che questa pandemia sia una situazione semplice? Nel senso di non complessa? Sì e no. Alla complessità piace mescolare le carte, e per questo motivo fa spesso capolino anche nelle situazioni che apparentemente non la riguardano. Proviamo a chiarire. Dal punto di vista sanitario, la pandemia è davvero una situazione poco complessa: quello che bisogna fare è fermare il contagio. E l’isolamento sociale è il modo più efficace per raggiungere questo obiettivo. C’è poco da aggiungere.
Ma c’è un aspetto di questa situazione che non fa parte in senso stretto dell’emergenza, perché è un aspetto più strategico che operativo: il piano delle decisioni politiche.

Immaginate per un momento di essere il presidente Conte. Dovete decidere cosa scrivere nel decreto anti-covid-19. Da una parte c’è l’emergenza sanitaria, che suggerisce di fermare tutto per fermare il contagio. D’altra parte ci sono le conseguenze della quarantena, del lockdown come amano dire i mass media. E le conseguenze più probabili sono una grave, gravissima crisi economica. In che modo prendereste la vostra decisione? Il vostro dovere è prima di tutto proteggere la salute dei cittadini, ma non potete certo causare o ignorare un’eventuale crisi economica. Se pensate solo all’emergenza sanitaria, farete un lockdown più restrittivo con il rischio di causare una crisi economica più grave. E sapete bene che una crisi economica potrebbe comportare chiusure di aziende e licenziamenti, quindi suicidi, peggioramento di condizioni di vita, quindi anche di salute, o anche l’esigenza di effettuare nel medio termine tagli alla spesa sanitaria causando indirettamente altre morti. Se pensate solo al rischio della crisi economica, farete un lockdown troppo soft, con il rischio che non serva a fermare il contagio ma sia sufficiente a causare comunque una terribile crisi economica, con le conseguenze che abbiamo detto – morti comprese. Quindi? Quali sono le soglie di rischio accettabili? E in base a quali criteri? Usereste i vostri, soggettivi, o vi affidereste a criteri oggettivi tirati fuori da qualche simulazione al computer? Questa seconda prospettiva sembra promettente. Non fosse che le simulazioni sono le stesse che prevedono le condizioni meteo. E tutti sappiamo bene, per esperienza diretta, che le previsioni meteo diventano inaffidabili quando si cerca di prevedere il meteo che farà tra una settimana, o quindici giorni, o 6 mesi.
Come vedete, il presidente Conte non si trova nella stessa situazione dei cittadini alle prese con l’emergenza. I cittadini devono rispettare le regole per fermare il contagio. Non è una cosa particolarmente complessa. Conte invece ha a che fare con una situazione ad alta complessità. Le sue decisioni si basano su mancanza di certezze, scenari ipotetici, criteri discutibili. Ecco, qui sì che si respira l’aria della complessità.
Benvenuti nel suo mondo.